Chi ha paura dell’AI? Falsi miti e verità taciute sull’intelligenza artificiale.
Conversazione con Giada Franceschini, co-founder & AI solution architect di Boosha.
Quando parliamo di intelligenza artificiale tendiamo a immaginarla come una tecnologia del futuro.
È vero che il 2024 e il 2025 hanno segnato un’accelerazione storica nello sviluppo e nell’adozione dell’AI, ma il termine risale al 1956, quando lo scienziato John McCarthy lo coniò durante una conferenza a cui parteciparono figure come Alan Turing, matematico britannico pioniere dell’intelligenza artificiale. Fu proprio Turing a proporre il celebre test che definiva “intelligente” una macchina capace di comportarsi in modo indistinguibile da un essere umano.
Ma cosa intendiamo davvero per intelligenza artificiale? Si tratta della tecnologia che simula i processi cognitivi umani attraverso algoritmi inseriti in ambienti di calcolo dinamici. Dalle prime applicazioni industriali degli Anni ’80 a oggi, l’AI è diventata un pilastro delle strategie aziendali e della nostra quotidianità, con l’obiettivo dichiarato di creare sistemi in grado di pensare e agire come persone.
Ed è forse proprio questo a generare timore. Per capire se questa paura sia fondata, abbiamo parlato con Giada Franceschini di Boosha, piattaforma che integra tecnologie AI nei processi aziendali offrendo consulenza, formazione e soluzioni su misura.


we. Giada, perché l’intelligenza artificiale genera tanti timori?
La paura nasce dalla scarsa conoscenza della materia e dall’immaginario terrifico costruito da cinema e media, spesso inclini alla spettacolarizzazione. Un esempio è il Machine Learning, il sottocampo dell’AI che consente ai sistemi di apprendere e migliorare dall’esperienza senza essere esplicitamente programmati per farlo. Oggi non esiste piena trasparenza su come un modello prenda decisioni. Detto così può sembrare inquietante, ma se pensiamo che nemmeno noi sappiamo sempre come maturiamo le nostre scelte, la prospettiva cambia.
La chiave è mantenere attenzione e consapevolezza, evitando entusiasmi eccessivi. E comunque ben venga la paura, se serve a usare l’AI con spirito critico, mettendo in discussione i risultati e imparando
a fare le domande giuste.
ll vero rischio non è usare l’AI, ma usarla senza conoscerne limiti e potenzialità. Serve sempre un vaglio critico, una capacità umana che la macchina non potrà mai replicare.
we. Che grado di accuratezza hanno le risposte della macchina?
A differenza dell’uomo saggio che, socraticamente, sa di non sapere, la macchina è progettata per rispondere sempre. Ma poiché elabora informazioni senza crearle, quando un dato non è disponibile può generare contenuti verosimili, ma non veri: le cosiddette allucinazioni. Questo accade anche quando le informazioni non sono aggiornate. L’ultimo aggiornamento dei modelli più diffusi risale a settembre 2024, il che significa che i dati più recenti potrebbero non essere inclusi. Il vero rischio non è usare l’AI, ma usarla senza conoscerne limiti e potenzialità. Serve sempre un vaglio critico, una capacità umana che la macchina non potrà mai replicare.

we. Se l’AI è uno strumento, come far sì che ci aiuti davvero?
Come ogni disciplina, anche l’AI ha una sua verticalità. È utile seguire percorsi formativi che introducano ai concetti base. La formazione è fondamentale, anche solo per usare correttamente il linguaggio. L’obiettivo è imparare a usare l’AI per vivere meglio, alleggerendo il carico di lavoro. La competenza chiave è il learning how to learn, imparare a imparare. Un ruolo centrale lo ha il prompt: una domanda vaga genera risposte vaghe. Un prompt efficace deve avere un obiettivo chiaro, contesto adeguato, specificità e sequenzialità. E se la risposta non convince, bisogna saperla riformulare.
we. Quanta formazione serve per orientarsi?
Una giornata basta per comprendere le basi. Ma, come per la patente, la differenza la fa la pratica quotidiana. Gli strumenti più accessibili sono ChatGPT e Claude, utili per analizzare testi, rispondere a domande, risolvere problemi. Non serve usare decine di tool: la chiave è integrare i giusti strumenti nei flussi di lavoro.
we. In quali ambiti l’AI può aiutare il turismo?
Oggi il 68% dei turisti usa l’AI per pianificare i viaggi, mentre il settore turistico la utilizza solo all’1%. Molte sono le applicazioni pratiche dal marketing, ai business plan, dallo sviluppo vendite, al customer care, con qualche punto di attenzione. Non possiamo delegare completamente un settore così delicato, ma possiamo addestrare i sistemi per gestire i casi semplici e far intervenire l’umano quando serve. Ancora una volta l’obiettivo è ottimizzare i processi, ridurre il lavoro manuale e creare nuove opportunità di crescita. Ricordando che l’AI è intelligente, ma non consapevole.


we. Qual è il futuro dell’AI?
Gli ultimi anni mostrano chiaramente la direzione. Nel 2023 sono usciti i chatbot (ChatGPT/Claude etc), il 2024 è stato l’anno della RAG (retrieval augmented generation), tecnica che permette di recuperare e incorporare informazioni nuove da fonti di dati esterne e del fine tuning che modifica permanentemente il modello per un contesto specifico. Il 2025 ha visto l’introduzione degli Agenti A.I., sistemi software autonomi che utilizzano algoritmi di apprendimento automatico ed elaborazione del linguaggio per ottenere specifici obiettivi. Il 2026 vedrà l’introduzione dell’AI all’interno dei sistemi operativi. Sarà il sistema operativo, quindi, a decidere che strumento usare per avere il risultato richiesto.
we. Quali competenze umane resteranno insostituibili?
Lo stile personale non potrà mai essere replicato. Dobbiamo coltivare creatività, pensiero critico, capacità di risolvere problemi complessi e pensiero laterale. Nel settore dell’ospitalità, poi, il tocco umano resta centrale: intelligenza relazionale, empatia, capacità di creare connessioni autentiche.
L’AI è uno strumento potente, ma il valore nasce dall’intelligenza umana che la guida. La tecnologia cambia rapidamente, ma la capacità di creare relazioni e prendere decisioni strategiche resta profondamente umana.
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In apertura, ph. Freepik.jpg
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