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Dai primi anni fino ai grandi progetti internazionali, Luigi Fragola racconta un percorso professionale nato quasi per caso. Tra locali iconici, hotel di lusso e interventi di recupero, il progettista ripercorre le tappe che hanno definito la sua idea di architettura.

Dalle origini a Catania fino a Firenze, passando per Roma e una carriera nata quasi per caso. Questa intervista racconta la traiettoria di Luigi Fragola, un progettista che arriva all’architettura senza seguire un percorso lineare. Tra moda, startup, locali iconici e grandi progetti internazionali, emerge un approccio molto personale al design: ascolto, rispetto dei luoghi e una ricerca costante di equilibrio tra storia e contemporaneità.

L’architetto Luigi Fragola.

we. Fragola, ci racconta da dove è partito e come inizia il suo percorso?

Sono di Catania, poi mi trasferisco a Roma per studiare, anche perché lì vivevano già i miei fratelli. Mi iscrivo ad Architettura, anche se in realtà avrei voluto studiare pubblicità. Mi interessava molto quel mondo, ma i miei mi spinsero verso un percorso più “solido” e prestigioso. Dopo un po’ di tempo, però, tutto cambia in modo inaspettato.

Vengo a Firenze per una festa, una serata organizzata da mio fratello. Dovevo fermarmi una notte e invece resto tre giorni. Mi innamoro della città e, una volta tornato a Roma, prendo la decisione di trasferirmi a Firenze. Non era una scelta legata all’università o a un progetto preciso: è stata una scelta istintiva.

we. Dopo l’università, come inizia il suo percorso professionale?

Finisco gli studi a Firenze e inizio a lavorare, anche se devo dire che non ero particolarmente appassionato del percorso intrapreso. Poi entro in Yoox, che all’epoca era la prima vera startup della moda digitale. Lavoro come assistente di Federico Marchetti e passo alcuni anni tra Bologna e Milano. È un’esperienza molto formativa e completamente diversa da tutto quello che avevo fatto prima.

In seguito torno a Firenze e incontro per caso Michele Bonan. Inizio a lavorare con lui e lì succede qualcosa di importante: capisco che, anche se non mi sono mai sentito davvero un architetto, molte mie attitudini potevano trovare spazio in questo mestiere. È un passaggio quasi casuale, ma decisivo. Da lì apro il mio studio e inizio a lavorare sul residenziale.

Il Torcicoda, uno dei primi locali progettati da Fragola. ph cucinatorcicoda.com

we. Quali sono stati i primi progetti significativi?

All’inizio mi occupo di residenze, ma molto presto arrivano i locali. Ero inserito in un ambiente di amicizie e conoscenze, quindi comincio a progettare ristoranti e spazi notturni. Tra i primi lavori ci sono il Torcicoda, un locale posto vicino a Piazza Santa Croce a Firenze, e poi il Nove, aperto da Tommaso Buti sul lungarno fiorentino, oggi sede di un altro locale. Erano progetti molto legati al contesto fiorentino di quel periodo, tra moda e nightlife. Poi arriva anche una fase più tecnica e inaspettata: vinco una gara importante legata alla ricostruzione post terremoto in Abruzzo. Lì passo a progetti molto più complessi, legati all’edilizia e alla tecnologia costruttiva.

The Place, Firenze. Sotto, una camera con affaccio su piazza Santa Maria Novella.

we. Qual è stato il vero punto di svolta della sua carriera?

Sicuramente Francoforte. Ci affidano un progetto enorme, il recupero di una villa storica nel centro della città, accanto alla Banca Centrale Europea: 150 camere, 6.000 metri quadrati. Per noi, che eravamo tre o quattro persone, era qualcosa di completamente fuori scala. Ricordo bene il primo incontro: eravamo consapevoli della dimensione del progetto, quasi spaventati. Eppure, siamo stati gli unici a rimanere dall’inizio alla fine. Cambiarono ingegneri, consulenti, studi internazionali, ma noi siamo rimasti. Quello è stato il momento in cui ho capito che potevamo davvero lavorare su grandi progetti.

Il problema di molti lavori creativi è proprio l’ego. Io, invece, cerco di ascoltare prima di intervenire.

we. C’è un progetto che ha definito la sua identità?

Sì, il restyling del JK Place in piazza Santa Maria Novella a Firenze. Quando la proprietà cambia, viene richiesto un rebranding importante (da cui l’attuale nome, The Place). Lì ho avuto la possibilità di lavorare con una grande responsabilità: rinnovare senza tradire l’identità del luogo. È qui che si consolida il nostro approccio: rispettare la storia e introdurre una contemporaneità discreta. Quello che oggi chiamo “nuovo classico”.

Un altro progetto importante è stato Belmond Villa San Michele. Inizialmente mi dovevo occupare solo delle aree comuni. La prima proposta che faccio è riaprire la chiesa, che era chiusa da anni. Mi sembrava assurdo che un luogo così importante non fosse accessibile. Da lì nasce l’idea della lobby nella chiesa e poi tutto il progetto si sviluppa intorno a questo gesto iniziale. È stato un lavoro lungo, circa diciotto mesi, molto complesso. Ma la cosa più importante è che il luogo non ha perso la sua identità. Non è diventato un oggetto di design, ma è rimasto un luogo vivo,
riconoscibile, pacato
.

we. Qual è il suo metodo di lavoro?

Credo che il punto fondamentale sia uno: non essere invasivi. Io non mi sono mai sentito davvero un architetto in senso tradizionale, e forse questo mi ha aiutato. Non ho un ego forte legato alla disciplina. Ho più rispetto che volontà di affermazione. Il problema di molti lavori creativi è proprio l’ego. Io, invece, cerco di ascoltare prima di intervenire. Per me conta il benessere delle persone. Luce, comfort, equilibrio. Non mi interessa il design come esercizio formale. Mi interessa che gli spazi facciano stare bene.

we. Su cosa sta lavorando oggi?

Sto lavorando a una nuova masseria in Puglia, la Masseria del Cardinale. È un progetto molto interessante perché c’è una forte condivisione di valori con la proprietà (la Rocco Forte Hotels, ndr). A Firenze invece sto seguendo Palazzo Ottaviani, un edificio del dopoguerra. Ho voluto recuperare il linguaggio architettonico degli anni Quaranta, con i suoi materiali, il suo rigore, ma reinterpretarlo in chiave contemporanea. All’interno c’è molta ricerca: artisti locali, tecniche tradizionali, materiali autentici. Il risultato è uno spazio che non si lascia datare facilmente.

Nei miei progetti, in generale, cerco qualcosa di molto semplice: che siano timeless. Non mi interessa seguire le mode. Mi interessa creare luoghi che invecchino bene. Torcicoda, per esempio, oggi è ancora più bello di quando è nato. Per me il vero obiettivo è questo: fare spazi che restino vivi nel tempo, senza perdere la loro identità.

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In apertura: l’architetto Luigi Fragola a Palazzo Ottaviani.