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Opportunità di crescita, differenziazione, aumento della redditività. Ecco come il turismo rigenerativo fa bene all’hotel [oltre che al pianeta].

Ricercare la propria sostenibilità, per il settore hospitality, è diventato l’unica arma alla lotta contro il cambiamento climatico, a cui i viaggi contribuiscono in modo massiccio. Dal punto di vista operativo, programmi di efficienza energetica, riciclo e gestione degli sprechi alimentari permettono di ottimizzare l’Opex (costi operativi ricorrenti sostenuti da un’azienda per le attività quotidiane), ma restano spesso confinati in una “checklist” di procedure operative standard.

Oggi esiste un livello superiore capace di generare consapevolezza, prestigio e, soprattutto, quell’incremento di ADR (“Average Daily Rate”, “tariffa media giornaliera”) e occupazione che ogni general manager insegue. La parola chiave è ”stewardship” (“custodia”): un concetto che trasforma l’hotel in un protettore del passato e in un diligente patrono per un domani migliore.

Son Xotano, una tenuta storica trasformata in un hotel immerso nella campagna di Maiorca.

Si chiama turismo rigenerativo.

Mentre la sostenibilità punta a ridurre l’impatto, la rigenerazione implica il ripristino di ciò che sta scomparendo, lasciando un luogo migliore di come lo si è trovato. Spesso sinonimo di stewardship, il turismo rigenerativo si manifesta con forza nelle aree rurali attraverso l’agricoltura rigenerativa, sia interna alla proprietà che in partnership con aziende locali.

Perché molte aziende hanno iniziato a investire in questi programmi? La risposta è nel mercato.

  • Domanda in crescita: i viaggiatori cercano sempre più esperienze immersive a contatto con la natura.
  • Storytelling e reputazione: creare valore per il territorio attrae l’interesse dei media e aumenta il senso di appartenenza dei collaboratori.
  • Wellness 2.0: I prodotti organici a km zero e la “nature therapy” offrono applicazioni concrete nel mondo del benessere.
La tenuta di Babylonstoren, in Sudafrica, include vigneti, produzione di olio d’oliva, una panetteria e un caseificio. Sotto, due soluzioni di alloggio offerte dalla struttura: la Farmhouse Suite (sx) e il monolocale Red Studio (dx).

Alcuni esempi: api, alberi, olio e tanto altro.

Sebbene questo tipo di programmi possano sembrare costosi, molti hotel nel mondo stanno già raccogliendo i frutti di questo approccio. Ecco alcuni esempi emblematici:

L’immersione agricola.

In Sudafrica, Babylonstoren è l’esempio per eccellenza: una tenuta che include vigneti, produzione di olio d’oliva, una panetteria e un caseificio, dando lavoro a oltre 700 persone della comunità locale. Nel Regno Unito, la proprietà sorella The Newt in Somerset segue lo stesso approccio con una rinomata sidreria e giardini che riforniscono direttamente la cucina.

Rigenerazione urbana e circolare.

Non è solo una questione rurale. A Denver, il Populus ha lanciato l’iniziativa “One Night One Tree”, piantando un albero per ogni notte di soggiorno. A Bali, il Desa Potato Head segue il motto “Good Times, Do Good”, trasformando i rifiuti prodotti in arredi, opere d’arte e accessori di design attraverso l’upcycling.

Una visione che guarda lontano.

Le tendenze che nascono nel segmento del lusso finiscono inevitabilmente per influenzare l’intera scala del settore ospitalità. Applicare pratiche rigenerative, che si tratti di apicoltura urbana sui tetti (come al Fairmont Waterfront di Vancouver) o di collaborazioni con agricoltori locali, permette di differenziare il brand in modo unico.

Oggi c’è una reale opportunità di creare un valore immenso per il proprio marchio prima che il turismo rigenerativo diventi la norma. Non è solo una scelta etica per il pianeta: è una strategia vincente per la redditività a lungo termine.

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Articolo liberamente tratto e adattato da “Regenerative Tourism as a Step Beyond Hotel Sustainability for True Profitability” di Larry Mogelonsky.

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In apertura: Son Xotano (Maiorca).