Roberto Mancinelli, Senior Associate di Rockwell Group, ce ne svela l’universo narrativo che prende vita dal teatro. Nella sua trentennale attività con il gruppo, conosciuto soprattutto per i suoi locali d’intrattenimento e i progetti di hospitality, è stato capace di creare mondi fantastici e coinvolgenti, ma con solide basi analitiche e di ricerca.
Rockwell Group, più che uno studio, è un vero e proprio polo progettuale di oltre 350 persone che si occupa ad ampio raggio di teatro, tecnologia e artigianato. Esso chiama a raccolta diverse competenze professionali per riuscire ad attribuire la stessa importanza sia allo sviluppo generale, sia al più piccolo dettaglio. Il settore dell’hospitality e dell’intrattenimento rappresenta il core business del gruppo che, dal 1994, ha legato il proprio nome a Nobu Hospitality con la realizzazione del primo ristorante a New York.
Tutti i progetti partono da una narrazione teatrale, sia che si tratti di ospitalità, mostre, musei, prodotti, scuole, snodi di trasporto o scenografia. Ogni realizzazione diventa unica, sorprendente, e ha lo scopo di suscitare sensazioni sempre nuove. Nel caso dei due progetti in Italia, il Nobu Hotel Roma e il W Naples di prossima apertura, sono stati presi a riferimento, per il primo, il bianco-nero per mettere in evidenza la qualità dell’artigianato giapponese degli interni, mentre, per l’hotel napoletano, la storia mitologica della città.
Noi di we:ll magazine abbiamo condiviso una splendida chiacchierata con Roberto Mancinelli, Senior Associate di Rockwell Group, che ci ha raccontato i suoi trent’anni di attività con uno studio che, in modo interdisciplinare, opera nei settori dell’architettura e del design.
we. Mancinelli, la dimensione dello studio rispecchia la quantità di lavori che avete realizzato e state realizzando in tutto il mondo. A riguardo, come vi organizzate?
Il nostro studio, composto da oltre 350 persone con uffici a New York, Los Angeles e Madrid, è ricco di menti incredibili e designer di talento provenienti da ogni estrazione sociale, prospettiva e formazione. La nostra azienda è poi suddivisa in studi più piccoli, un po’ come dei quartieri. Questi “quartieri” si aiutano a vicenda e intervengono dove necessario, in modo che la nostra produzione sia collettiva e collaborativa. È anche un ambiente molto inclusivo, in cui tutti hanno voce in capitolo e vince l’idea migliore.
Questa organizzazione consente la contaminazione reciproca tra i diversi tipi di progetti, anche di scala. Inoltre, ci rivolgiamo sempre a fonti esterne per trovare ispirazione e collaborazione: artisti, artigiani, chef, coreografi, funzionari comunali, persino prestigiatori, come per il nostro recente progetto di Chicago, The Hand & The Eye, il locale dedicato all’arte della magia e all’intrattenimento all’interno della storica McCormick Mansion, nel centro di Chicago. I nostri collaboratori sono fondamentali perché portano la loro esperienza nel mondo che stiamo creando, aiutandoci a renderlo unico nel suo genere.
we. Fondato da David Rockwell a New York, lo studio mantiene intatta dopo trent’anni la fascinazione per il mondo del teatro. La narrazione è il fulcro di tutti i vostri progetti: come la sviluppate?
È vero, l’empatia e la narrazione sono al centro del nostro approccio all’esperienza. Ci chiediamo sempre sia quale sarà l’aspetto del nostro progetto, sia come si sentirà il pubblico nell’utilizzarlo. Il successo di un progetto si misura dal modo in cui le persone interagiscono con un luogo e tra di loro, e se questa interazione possa essere memorabile e personale. L’importanza e il fascino degli spazi fisici e reali non sono mai stati così evidenti per le ricche esperienze sensoriali che offrono e la spontaneità delle interazioni che favoriscono.
Il nostro obiettivo è creare una storia che sia stratificata e in divenire, come un romanzo, poi renderla fisica utilizzando ogni strumento e collaborazione a nostra disposizione. Il contesto è essenziale per ogni spazio che creiamo. Iniziamo sempre dall’ascolto del cliente per cercare di comprendere i retroscena del progetto e le sue aspettative. È importante inoltre comprendere ogni elemento del contesto progettuale, compresi luogo, storia e cultura. Tutto il nostro lavoro di progettazione è sostenuto da una ricerca molto approfondita che diventa una sfida pratica, sociale, culturale o estetica.
we. Quanto influiscono innovazione tecnologica e quella dei materiali nello sviluppo dei progetti?
Ci teniamo informati e connessi con le tecnologie all’avanguardia e le innovazioni dei materiali che amiamo esplorare, ma in generale tendiamo a evitare le mode passeggere preferendo, invece, creare una narrazione che sia completamente unica. I nostri progetti hanno un determinato punto di vista e trasmettono autenticità. Prestiamo particolare attenzione a quello che il consumatore di oggi cerca, ovvero le connessioni autentiche con i luoghi visitati. Le persone desiderano un significato più profondo e positivo dei luoghi. Lavorano, studiano o vivono l’arte andando ben oltre il semplice comfort. Cercano un design che racconti una storia e comunichi cura e attenzione e, allo stesso tempo, desiderano una narrazione che si sveli e sorprenda.
Spesso siamo noi stessi a spingere oltre i confini in termini di tecnologia e materiali. Ad esempio, un paio di anni fa abbiamo lanciato un’organizzazione no-profit, Cork Collective, per aiutare il settore dell’ospitalità a riciclare i tappi di sughero delle bottiglie, creando materiali di rivestimento per parchi giochi e altri prodotti sostenibili. Come risultato di questo sforzo, abbiamo anche sperimentato il sughero nei nostri progetti e prodotti. Nel 2025 abbiamo lanciato Casa Cork alla Milano Design Week: un atelier interamente in sughero che ha ispirato architetti e designer non solo a sperimentare con questo materiale, ma anche a trovare modi per rigenerare e riutilizzare i materiali nelle loro pratiche e iniziative.
we. Le vostre realizzazioni sono per lo più all’interno di contesti urbani, anche di grandi dimensioni. Quanto il rapporto con la città influisce sull’idea di progetto?
Siamo interessati a come la città inviti all’azione e suggerisca il modo in cui “andiamo in scena” nella vita di tutti i giorni. Sono le qualità del nostro spazio pubblico e dell’esperienza pedonale a regalarci città così energizzanti e a influenzare ciò che vogliamo e di cui abbiamo bisogno dagli spazi interni. Il luogo e il localismo sono sempre stati estremamente importanti per il nostro lavoro e continuano a esserlo, indipendentemente da dove si trovi un progetto.
Tendiamo a evitare le mode passeggere preferendo, invece, creare una narrazione che sia completamente unica.
Oltre a studiare il contesto del paese o della regione del progetto, ci concentriamo sull’iper-localismo: qual è l’isolato in cui si trova questo progetto? Chi sono i vicini? Qual è il museo in fondo alla strada? Vogliamo far sì che il mondo intero sembri a portata di mano, a partire dalla hall o dalla sala da pranzo e, viceversa, che il progetto sia un’estensione della sfera pubblica e del luogo in cui è situato.
we. Il settore dell’ospitalità, quale percentuale dell’attività dello studio rappresenta e quali sono le fasi del suo sviluppo?
Progettiamo lavori in un’ampia gamma di tipologie, ma è il lavoro nel settore dell’ospitalità – che risale agli anni di fondazione dello studio – ad avere un ruolo particolare, ed è l’ambito in cui la nostra visione ha creato un cambiamento, come nel caso del ristorante Nobu. L’ospitalità consiste nel creare connessioni e nell’assecondare la propria curiosità per la vita. Per noi, un progetto di ospitalità di successo si concentra sull’incontro tra narrazione e funzione, piuttosto che sull’incontro tra forma e funzione.
Come può la storia creare significato e funzione al di là del suo aspetto estetico? Che si tratti di un ristorante, di un hotel, di un resort o di una discoteca, credo che gli ospiti cerchino empatia, autenticità, scoperta e calore: una storia a cui potersi connettere, in cui potersi immedesimare e a cui legare i propri significati e ricordi. I nostri progetti di ospitalità sono concepiti attorno a un linguaggio di inclusività. Il nostro prossimo e quinto libro, una sorta di ‘”Enciclopedia dell’Ospitalità”, esamina in modo critico tutte le sfaccettature dell’ospitalità e i vari modi in cui viene definita, plasmata e vissuta attraverso l’architettura e il design. È un’esplorazione su tutti i modi in cui l’ospitalità diventa metafora per l’ascolto, la cura e la condivisione, attraverso il design.
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In apertura: la zona living del W New York – Union Square.
