Dalla storia dell’architettura ai viaggi, dall’arte alle storie personali dei clienti: così Kayla Pongrác costruisce i suoi spazi. La designer racconta il suo approccio a hotel, ristoranti e residenze, tra memoria e contemporaneità.
“Se sto progettando un ristorante italiano, voglio essere in Italia. Voglio osservare come le persone mangiano, come si riuniscono, la luce, i suoni, le proporzioni di una stanza, l’energia di una piazza. Mi interessano quelle cose che non si possono trovare su Pinterest“. Un hotel, oggi, non si sceglie soltanto per una camera, così come un ristorante non si ricorda soltanto per quello che arriva nel piatto. A fare la differenza sono gli spazi, la luce, i materiali, i dettagli che costruiscono un’atmosfera e finiscono per diventare parte dell’esperienza.
È dentro questa trasformazione dell’hospitality che si muove il lavoro di Kayla Pongrác, interior designer e fondatrice di Kayla Pongrác Studio, realtà londinese che lavora tra interior design, arte e progettazione di spazi destinati all’accoglienza. Un approccio che mette in discussione anche l’idea tradizionale di lusso: non più soltanto materiali costosi o ambienti impeccabili, ma luoghi capaci di avere una propria identità e di lasciare qualcosa a chi li attraversa. Grazie a we:ll magazine ho avuto il piacere di intervistare Pongrác e di chiederle come stanno cambiando hotel e ristoranti, cosa cercano i clienti e quale ruolo abbiano il design e l’arte nella costruzione di un’esperienza.
we. I suoi progetti riuniscono spesso riferimenti molto diversi tra loro. Da dove parte la sua ricerca quando affronta un nuovo progetto?
La mia ricerca parte sempre dalla mia formazione in architettura e dai valori fondamentali che hanno plasmato il mio lavoro: bellezza, durabilità e funzionalità e, più recentemente, risonanza. Da lì, cerco soprattutto ispirazione nei miei clienti e nelle loro storie. Voglio capire chi sono, cosa conta per loro, cosa hanno vissuto e, in definitiva, cosa desiderano che le persone provino all’interno dello spazio.
Una volta compreso questo, insieme alle condizioni concrete del progetto come budget, tempistiche, luogo e architettura esistente, ho una serie di parametri entro cui iniziare la ricerca. Inoltre, adoro sempre acquistare un bel libro di Assouline legato al progetto. C’è qualcosa nel poter sfogliare fisicamente un libro bello che aiuta a far nascere idee visive e riferimenti estetici. In generale, però, cerco di non partire da come qualcosa dovrebbe apparire. Prima voglio capire cosa dovrebbe significare e come dovrebbe far sentire le persone.
we. Come trasforma una storia personale, spesso fatta di ricordi e sensazioni, in qualcosa di tangibile come un ambiente? Quanto è importante il rapporto con il cliente in questo processo?
Voglio far provare qualcosa alle persone. Può essere un’emozione, un ricordo d’infanzia, un momento felice trascorso con la famiglia o gli amici, una sensazione. Trovo che, quando racconto storie reali, o quando il progetto nasce da qualcosa di autentico, il risultato diventi molto più sincero e fedele alla sua essenza. Invece di inventare un concept solo perché è bello da vedere, cerco qualcosa che abbia un significato e che possa tradurre nello spazio.
Questa traduzione non è sempre letterale. Un ricordo può diventare il calore dell’illuminazione, l’intimità tra i tavoli, il modo in cui ci si muove all’interno di una stanza, un materiale che trasmette familiarità, oppure persino un profumo o un suono. A volte potresti non sapere mai quale storia si nasconde dietro una scelta progettuale, ma spero che tu possa sentirla. Per questo il rapporto con il cliente è così importante per me. Ho bisogno che mi permetta di entrare un po’ nel suo mondo. Più conosco le sue storie, i suoi valori e i suoi riferimenti, più materiale ho a disposizione per lavorare creativamente.
we. Guardando a progetti come Metcalfe Hotel, Epoch o Mimi Chinese viene da chiedersi: come trova l’equilibrio tra memoria e contemporaneità?
Penso sia importante non essere troppo prevedibili nel design. Sono molto più interessata a capire cosa della storia è rimasto con noi e perché, per poi trovare un modo per reinterpretarlo in funzione di come viviamo oggi. C’è molto da imparare dalla storia dell’architettura e dell’arte: proporzioni, artigianalità, rituali, ornamenti, materiali e rapporto con la natura sono stati studiati per secoli. Non dobbiamo replicare il passato, ma nemmeno dimenticare ciò che ci ha insegnato. A volte il riferimento non è evidente, ma esiste come una sensazione. La distribuzione degli spazi e la luce sono fondamentali: le dimensioni di una stanza, il passaggio da uno spazio all’altro, il punto in cui entra la luce naturale possono creare un’esperienza legata all’ambiente senza ricorrere a motivi storici. È qui che memoria e contemporaneità possono convivere.
we. In diversi progetti l’arte sembra essere parte integrante dell’architettura. Penso anche ai murales che realizza personalmente. Cosa cambia nel risultato finale quando un elemento artistico viene concepito insieme allo spazio, invece di essere aggiunto alla fine?
Mi piaceva molto farlo quando avevo appena iniziato la mia attività e recentemente ho ripreso a farlo con Siamo Noi a Montreal, dove ho lavorato con l’artista Candice Kaye ai soffitti dipinti a mano. Quel progetto è stato particolarmente personale perché l’idea è nata da qualcosa che avevo vissuto davvero. Durante il processo di progettazione mi trovavo nel cortile dell’Hotel de Russie a Roma (uno degli alberghi storici della città, oggi parte del gruppo Rocco Forte Hotels, ndr), al matrimonio di un’amica, con il suono dei bicchieri che tintinnavano e i parrocchetti sopra di noi. E ricordo di aver pensato: è questo che le persone ricordano. L’energia. Il momento.
Sono tornata e ho cambiato la direzione del ristorante. L’opera sul soffitto è diventata un modo per tradurre parte di quell’esperienza in qualcosa che un’altra persona potesse vivere a Montreal. È questo che cambia quando l’arte viene concepita come parte dell’architettura. Non è qualcosa che aggiungi alla fine per riempire una parete: diventa parte della storia e dell’atmosfera dello spazio.
we. Ha lavorato sia a residenze private, sia a ristoranti, hotel e altri spazi dell’ospitalità. Come cambia l’approccio quando uno spazio deve essere vissuto da una famiglia rispetto a quando accoglie centinaia di persone ogni giorno? C’è qualcosa che rimane uguale?
È un’ottima domanda. La maggior parte dei miei clienti residenziali ha una profonda passione per il design, l’architettura, l’arte e la cultura, e questo ci offre già qualcosa in comune. Nel residenziale tutto diventa molto personale. Mi piace ascoltare le storie delle persone e trovare modi discreti per portarle nella loro casa. Una casa dovrebbe riflettere chi la abita, invece di sembrare il risultato dell’estetica imposta da un designer. L’hospitality è diversa e penso che mi venga molto naturale. C’è spesso maggiore libertà creativa: il cliente offre una storia, un’ambizione o un riferimento culturale e poi si fida di noi. Questo lascia spazio alla ricerca e ai viaggi, che sono tra le ragioni per cui amo tanto questo settore. I viaggi offrono la possibilità di conoscere luoghi, culture e tradizioni diverse e di portare queste esperienze dentro ogni progetto.
Gli approcci sono differenti, ma ciò che rimane uguale è l’esperienza umana. Che si tratti di una famiglia o di centinaia di persone in un ristorante o in un hotel, voglio che lo spazio entri in risonanza con chi lo vive e sostenga il modo in cui le persone vivono, si connettono e sentono. Ho bisogno che il cliente mi permetta di entrare nel suo mondo. Più conosco le sue storie, i suoi valori e i suoi riferimenti, più materiale ho a disposizione per lavorare creativamente.
we. I suoi progetti non sembrano seguire un unico stile “Kayla Pongrác”: riferimenti, colori e atmosfere possono variare molto. La scelta di non avere un’estetica immediatamente riconoscibile è deliberata? Preferisce lasciare che sia il luogo a determinare il progetto?
È qualcosa a cui ho pensato molto, soprattutto negli ultimi due anni, da quando sono tornata a lavorare in autonomia. Questo mi ha dato lo spazio per comprendere e sviluppare davvero la mia identità creativa. Penso che ci sia una coerenza nel mio lavoro, ma sto capendo che questa coerenza non deve necessariamente derivare da una particolare palette cromatica, da un materiale o da un linguaggio visivo. Può derivare dal modo in cui penso.
Il mio processo e i miei valori rimangono molto forti: bellezza, funzionalità, durabilità, autenticità, curiosità, storia e ora anche risonanza. All’interno di questo quadro, però, voglio avere la libertà di rispondere al cliente, all’architettura, alla cultura e al luogo. Penso che questa flessibilità sia proprio uno degli elementi che distinguono KPS. Non mi interessa applicare un “look KPS” riconoscibile a ogni progetto solo perché qualcuno possa identificarlo immediatamente come un nostro lavoro.
we. Se dovesse scegliere un progetto che rappresenta meglio il suo modo di lavorare oggi, quale sceglierebbe e perché?
È una domanda difficile perché in questo momento ho così tanti progetti interessanti in fase di completamento. Uno da tenere sicuramente d’occhio è The Ralf, una guesthouse di dieci camere a Montreal che aprirà questo autunno. È un progetto molto legato a questo nuovo capitolo del mio lavoro, quindi sono entusiasta di poterlo finalmente condividere.
Tra i progetti già completati, probabilmente sceglierei Siamo Noi, che rappresenta molto del mio modo di lavorare. Siamo partiti da un grande guscio di cemento, privo di anima, e attraverso la storia del cliente, le mie esperienze e i miei viaggi abbiamo trovato una storia da raccontare. Poi la mia esperienza all’Hotel de Russie ha cambiato il progetto. Sono tornata al tavolo da disegno non per renderlo più bello, ma per fare in modo che trasmettesse qualcosa. È la parte che conta di più: entrare da Siamo Noi e vederlo pieno di persone che mangiano, parlano e festeggiano. Il design è diventato lo sfondo della vita delle persone: la bellezza conta, ma conta ancora di più ciò che le persone vivono al suo interno.
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In apertura: ritratto di Kayla Pongrác.
