Dalla biofilia alla sostenibilità, dal coinvolgimento delle comunità locali fino alla sperimentazione progettuale. La visione di BIG si fonda su un’idea di architettura capace di andare oltre la funzione dell’edificio. L’architetto Giulio Rigoni ci racconta i principi che guidano lo studio.
I concetti di ibridazione, sperimentazione, sostenibilità, biofilia e community engagement coinvolgono in toto l’architettura di BIG – Bjarke Ingels Group, che ha sedi a Copenaghen, New York, Londra, Barcellona, Shanghai, Bhutan, Riyadh e Los Angeles. Ne è coinvolto anche il settore dell’hospitality, dal Tree Hotel in Svezia all’Audemars Piguet in Svizzera fino al recente Not A Hotel in Giappone.
All’Hospitality Design Conference, l’evento internazionale dedicato all’architettura e al contract nel settore ricettivo, organizzato a maggio da Teamwork Hospitality, l’architetto Giulio Rigoni, di BIG – Bjarke Ingels Group dal 2017 ed è il responsabile del progetto per la San Pellegrino Flagship Factory (Bergamo), ha messo in luce come tutti i progetti che lo studio ha completato o sta realizzando nel mondo sono spesso caratterizzati per l’approccio multidisciplinare, indipendentemente dalla loro funzione e dalle esigenze della committenza.
Questa continuità non ha mai vacillato: deriva da una visione pubblica del design concepita per la comunità piuttosto che per i singoli utenti, sia su piccola che su grande scala. Nei progetti recenti, questo approccio si è ulteriormente evoluto con il know-how delle comunità locali, che spesso diventa parte integrante del processo di costruzione.
we. BIG negli anni si è contraddistinto per la pluralità dei progetti e delle scale d’intervento. Quali sono i tratti comuni che fanno da collante?
Direi che non ci sono stati grandi cambiamenti tra i primi progetti e quelli a cui stiamo lavorando oggi. La maggior parte dei concetti fondamentali di BIG — biofilia, “sostenibilità edonistica” e coinvolgimento della comunità — continuano a ispirare il nostro lavoro attuale. C’è un chiaro senso di continuità nel processo progettuale dello studio. Il progetto “Little Denmark” presentato alla Biennale di Architettura di Venezia del 2004, mai realizzato completamente, rappresentava allora come oggi una sorta di manifesto della visione architettonica e urbana fondante dello studio. Tutti quei concetti di base hanno ispirato i primi progetti realizzati da BIG a Copenaghen (8 House and The Mountain).
we. Alcune delle vostre soluzioni progettuali indirizzate al community engagement sono state replicate in successive realizzazioni proprio per il grande consenso che hanno riscosso. Ci fa qualche esempio?
L’innovativa passeggiata sul tetto del complesso 8 House a Ørestad, Copenhagen, completato nel 2006, ne è sicuramente un esempio lampante. Ha coinvolto i residenti locali a tal punto da diventare una vera e propria attrazione urbana e turistica. Abbiamo deciso di replicare questo approccio – tra gli altri progetti – per la Filarmonica di Praga, perché crediamo che l’architettura debba avere un valore pubblico che vada oltre la semplice risposta alle esigenze del committente.
we. La sperimentazione è uno dei tratti distintivi del vostro approccio progettuale. Ci può spiegare come la mettete in campo?
La sperimentazione non parte necessariamente da un tipo di edificio predefinito, ma cerca piuttosto di cogliere il potenziale di un luogo al di là della sua destinazione d’uso. Prendiamo ad esempio la Lego House: si basa sull’idea di incarnare fisicamente il modo in cui vengono utilizzati i mattoncini Lego. I visitatori entrano in un museo che rappresenta le infinite possibilità del gioco. Si tratta essenzialmente di un modello Lego in scala 1:1 trasformato in un’esperienza ludica: non c’è nulla di simile.
we. Il museo Lego è l’unico edificio impostato su una visione in cui l’architettura travalica la semplice funzione, diventando parte di tutti.
Un esempio che incarna appieno la nostra ambizione di rendere l’architettura accessibile e integrata nel contesto circostante è The Twist, che attraversa il fiume Randselva nel Parco delle Sculture di Kistefos, a circa 80 km da Oslo. Si tratta di un’opera ibrida a metà strada tra una scultura, un ponte e un museo d’arte contemporanea – che abbiamo ribattezzato “ponte d’arte” – che permette ai visitatori di passare da una sponda all’altra, ospitando al contempo mostre internazionali.
we. Negli anni, come si è evoluto il vostro lavoro?
Negli ultimi quindici anni l’integrazione tra paesaggio e architettura ha assunto un’importanza sempre maggiore, con circa 50 persone dedicate a questo aspetto. Grattacieli come il CapitaSpring a Singapore e The Spiral a New York sono chiari esempi di questo approccio. In particolare, le terrazze a cascata e i giardini pensili che avvolgono The Spiral creano una spina dorsale verde continua che collega visivamente gli spazi interni
we. La biofilia quindi coinvolge anche gli interni?
In molti dei nostri progetti cerchiamo di ridurre al minimo la distinzione tra interno ed esterno, trattandoli come parte di un insieme unico. Questo principio è chiaramente evidente al CapitaSpring di Singapore, dove città e natura, cultura e paesaggio si estendono oltre l’edificio stesso. Il paesaggio entra nel tetto, nella hall e nel cuore dell’edificio, “invadendo” l’interno e abbattendo il confine tra interno ed esterno. Queste idee si riflettono anche nel progetto ricettivo NOT A Hotel Setouchi in Giappone. Pareti in terra battuta e pannelli fotovoltaici sul tetto, ispirati all’architettura tradizionale giapponese, riducono al minimo l’impatto ambientale dei quattro piccoli edifici immersi nella natura.
we. Qui si coglie un elemento di novità: una particolare sensibilità verso gli aspetti vernacolari.
Questo fa parte di un processo di progettazione partecipativa, unito all’attenzione al genius loci, che ispira sempre più i nostri ultimi lavori, anche quelli su larga scala come la città di Gelephu in Bhutan (Gelephu Mindfulness City) con il suo nuovo Aeroporto Internazionale, attualmente in fase di costruzione. I materiali e le tecniche di costruzione locali vengono utilizzati per il loro forte valore ecologico e culturale, coinvolgendo le comunità locali che custodiscono questo sapere tradizionale.
L’aeroporto è interamente costruito in legno locale con una struttura a griglia diagonale che reinterpreta le tradizionali sculture dei pilastri bhutanesi (Kachen) e le tecniche di costruzione passive per la regolazione dell’umidità e del clima subtropicale, incorporando l’arte Shingzo di unire il legno senza chiodi. L’installazione “Ancient Future” alla Biennale di Architettura di Venezia del 2025 attinge da questa esperienza: presentava una trave di legno di sei metri realizzata grazie alla collaborazione tra un artigiano bhutanese e la robotica guidata dall’intelligenza artificiale.
°°°
In apertura: Tree Hotel, progettato da BIG – Bjarke Ingels Group.
°°°
Giulio Rigoni sarà presente come speaker a ITHIC, la due giorni milanese durante la quale investitori, sviluppatori, operatori del settore e brand dell’hospitality si incontrano per condividere visioni, progetti e nuove connessioni di business.
