Fenomenologia delle newsletter di Pasqua (e non solo). Perché sprecare tempo, soldi ed energie in un’attività che risulta perlopiù inutile quando non fastidiosa? E poi sì, sono anche brutte.

La primavera è arrivata. Finalmente, dopo due anni, gli hotel stagionali non devono aspettare giugno inoltrato per la riapertura. Il meteo sembra favorevole. Sarebbe un mondo perfetto, se per settimane un’ombra nera non avesse offuscato cotanta letizia. Uova colorate in tutte le salse, rametti d’ulivo e florilegi di conigli, colombe e rondinelle hanno letteralmente inondato le caselle di posta di tutti gli italiani (isole comprese). Roba che anche gli animalisti avrebbero probabilmente imbracciato volentieri un fucile, esasperati dalle bestiole sorridenti.

La domanda è una sola: ma perché?

Il mondo cambia, i figli crescono, le mode passano. In questi tempi così mutevoli e liquidi, i più fanno fatica a trovare stabilità e certezze nelle proprie vite. Meno male che possiamo contare ancora su ciò che attraversa il tempo e lo spazio, non passa mai di moda e non accenna a cali di popolarità: le newsletter di Pasqua e di Natale. Tutte uguali. Tutte mediamente brutte. Tutte inviate a interi e indistinti database. E dire che ancora nel settore alberghiero si registra una certa resistenza all’utilizzo degli strumenti di marketing digitale; invece sulle newsletter di Pasqua e Natale sono tutti d’accordo, operativi e puntuali come le tasse.

Ma cosa c’è di male nell’inviare le newsletter di auguri per le festività?

In teoria, niente. Nella pratica, tutto. C’è di male che per una buona percentuale di strutture si tratta delle uniche newsletter inviate durante l’anno. L’effetto per chi la riceve è dunque quello sortito dal parente o conoscente boomer (ne abbiamo tutti almeno uno) con cui non si hanno mai rapporti, ma che a Pasqua e a Natale non manca mai di inviarti la gif sbrilluccicosa su Whatsapp.
C’è di male che vengono inviate massivamente da tutti gli hotel nello stesso periodo, rendendo di fatto la comunicazione inefficace.
C’è di male che i contenuti non vengono differenziati in base a un target ben specifico, ma si tende a inviare la stessa newsletter a tutto il database, fornendo informazioni non personalizzate in base ai motivi del soggiorno.
C’è di male che spesso sono antiestetiche, quando non addirittura ridicole.
C’è di male che suonano false come una banconota da due euro.
Cè di male che si spendono soldi ed energie per non comunicare niente.
C’è di male che si tratta di festività legate a una religione che probabilmente non è professata da tutti i vostri ospiti.
C’è di male che la maggior parte degli artefici di tale deplorevole pratica, a qualsiasi opposizione in merito risponderanno con l’immarcescibile ma i nostri clienti sono abituati così, nella pia illusione di conoscere alla perfezione le esigenze dei propri ospiti, quando per desistere basterebbe controllarne i tassi di apertura, sicuramente ben al di sotto della media (ammesso che una media ci sia).

Le relazioni di valore con gli ospiti si costruiscono nel tempo e fornire comunicazioni adeguate alle loro abitudini e alle loro preferenze è certamente un primo passo verso la fidelizzazione. Segmentare il database, personalizzare i contenuti, elaborare un piano di invii nel corso di tutto l’anno e, soprattutto, scrivere quando si ha realmente qualcosa da dire.

Per l’anno prossimo fate qualcosa di veramente rivoluzionario: organizzate la comunicazione via mail in maniera più efficace.
E i conigli cucinateli in salmì.