Cosa guida la scelta del ristorante nella psicologia del cliente? E perché dovrebbe scegliere proprio te? Ecco alcuni consigli e riflessioni.

Dal rapporto FIPE 2019 (Federazione Italiana Pubblici Esercizi), emerge che ogni giorno 5 milioni di persone pranzano fuori casa mentre poco meno di 10 milioni di italiani (18,5%) cenano abitualmente al ristorante almeno 3 volte a settimana. Un vero e proprio esercito di persone che complessivamente ha speso nel 2019 circa 86 milioni di euro.

Sempre molto difficile per i ristoratori mettersi nei panni e nei pensieri dei clienti e ancor più difficile nei pensieri di quelli che, in qualche inspiegabile ragione, li scelgono per la prima volta nell’oceano infinito di ristoranti esistenti.

Sicuramente stiamo tutti attraversando una fase molto delicata e quantomeno rischiosa, anche se sono dell’idea che è dalle tempeste che si riesce a capire chi vuole mettersi in gioco e proteggersi da eventuali danni.

Ecco la domanda che tutti i ristoratori si dovrebbero porre, soprattutto di questi tempi:

Perché i clienti devono scegliere proprio di venire a mangiare e trascorrere il loro, a volte poco, tempo nel mio ristorante?  

Se facessi questa domanda a tanti ristoratori, so già che la risposte sarebbero più o meno le stesse che ho sempre ricevuto nel corso degli anni.

  • Vengono nel mio ristorante per la qualità dei miei prodotti!
  • Perché nessuno cucina bene come lo faccio io!
  • Vengono da me per la professionalità dei miei camerieri! 
  • Vengono perché come li tratto io nessuno li tratta!

Sono sicurissimo che tutte queste risposte siano più che legittime.

Si tratta però del minimo sindacale che mi aspetto da ogni ristorante, perché pretendo almeno una buona qualità del prodotto e mi aspetto una certa professionalità da parte dei camerieri, cosi come mi auguro di essere trattato bene. 

Non c’è nulla di questo che faccia pendere l’ago della bilancia da una parte piuttosto che da un’altra. La scelta sarebbe dunque puramente casuale?

Eppure c’è qualcosa che nel cliente fa scattare quella molla che lo fa di mettere in macchina anche con la pioggia e gli fa percorrere qualche chilometro in più per venire a sedersi proprio lì, a quel tavolo, in uno specifico ristorante. E non mi riferisco a una sponsorizzata su Facebook o a un video su Tik Tok o a una bellissima foto su Instagram. Parlo di qualcosa che ti fa brillare più di ogni altra cosa, quella cosa che nella tempesta ti fa stare sempre li, e il cliente si sente al sicuro e coccolato al ristorante. 

Sto parlando di unicità del prodotto, di riuscire differenziarsi rispetto a tutti gli altri. E, soprattutto, di personalizzazione.

Il cliente ripagherà di ogni sforzo fatto il ristoratore che riuscirà a essere unico, a regalargli quella particolarità che sa di trovare soltanto lì e soprattutto se sarà in grado di far percepire come unico quel prodotto.

I numeri Fipe parlano chiaro: il cibo non è che una parte dell’esperienza.

Uno dei consigli che mi sento quindi di dare, anche in base alla mia esperienza, è quello di passare più tempo in con il cliente, iniziando con il dare più fiducia allo staff e investire sulla formazione. Perché no, in Italia il personale del ristorante non è mai abbastanza formato. E niente come il rapporto con le persone riesce a far percepire il valore dell’esperienza. E, sì, a vendere di più. E meglio.